"I titoli delle raccolte di Giuseppina Lesa sono porte varcate le quali, ci si trova di fronte ad una natura impervia e rigogliosa, tale da far trattenere per un attimo il respiro, spazio dove lei ama tracciare ed intraprendere sentieri invitando l’ospite a seguirla come guida.
Non sceglie mai la via più facile, o meglio, non sceglie, procede attraversando rovi, fiorite spianate e l’intrico di innumerevoli asperità che ostacolano il cammino, facendosi condurre dall’istinto, dalla sensibilità con lo scopo di raggiungere quella luce che si vorrebbe rasserenante, liberatoria, pacificatrice.
Nel suo ultimo lavoro VITA, la poesia di Giuseppina è simile al tentativo di tracciare una mappa che torni utile all’anima, allo spirito per non trovarsi intrappolati in qualche istmo dove sentir echeggiare: Noia noia noia/respirare non è vivere, o mutilare l’esistenza colpendo qualche insidia semi sommersa."
La poesia di Giuseppina Lesa si può cogliere appieno solo valutando questa sua relazione generale col mondo.
La parola trova il giusto posto e sa essere letteraria e colloquiale.”
Il comune denominatore delle poesie è senz’altro quello della tensione verso la ricerca interiore e il ripiegamento introspettivo. Il “pathos” è ricreato attraverso vere e proprie pennellate poetiche sublimandole in immagini metaforiche di intensa suggestione.”
Continua energia si nasconde nelle parole. Cercare il dopo è inutile se ciò che siamo è solo vuoto.
La sorpresa è l’unico sistema per riempirlo.”
Questi versi tratti dalla poesia di Giuseppina Lesa pubblicata nella silloge La pazienza del mistero,
vengono riecheggiati dalle tante immagini affioranti nei lavori dell’artista stessa.
Lesa coniuga infatti, con disperata ricerca di essenzialità, la poesia scritta alla poesia visiva attraverso una sorta di rispecchiamento di una medesima materia autobiografica.”
…
Le poesie di Giuseppina Lesa si possono senza forzature iscrivere nei pensieri del cuore, cioè della profondità dell’essere; esse sono percorse dal dolore chiedendoci se, coinvolti da esso, “roviniamo nell’oblio o nella speranza della divina luce”.
La dialettica tra queste dimensioni è aspra, espressa con efficacia da queste immagini: “Come buoi tiriamo il peso/ Come fiamma spenta il buio/ Come avvocati senza diritto/ Come menzogna senza verità”.
La sensibilità e l’itinerario spirituale di Giuseppina Lesa la portano inevitabilmente come logica intrinseca a porsi drammaticamente la questione del rapporto tra sofferenza e Dio.
I pensieri del cuore diventano un’invocazione dal profondo dell’essere: ho bisogno di vedere qualche segno come Tommaso, che aiuti la speranza e “Questo ti chiedo/ Mi ami? Voglio vedere!”
Le poesie della Lesa sono espressione del tempo dell’Essere che sottende quello dell’Esistere.
…
10 AGOSTO, SAN LORENZO
Domenica d’agosto.
Le foglie alla leggera brezza
battono le mani.
Silente è la strada
e nel giardino perfetto,
annoto ombre più distese
e luci lavate dalla pioggia.
Col cuculo e i merli
chiamo;
trascorrono le ore e i pensieri,
i verdi sembrano tutti uguali.
Che mi resta ancora da fare
prima che la notte allunghi le sue braccia
e lasci il posto alle stelle?
Desidèri inascoltati scivoleranno
nel buio di un infinito
che non parla.
È iniziato il crepuscolo, il tempo stringe prima che la notte si manifesti pienamente. È domenica, un giorno di pausa nel lavoro quotidiano. Il luogo è un giardino di piante variamente verdi che nella incerta luce che accompagna il tramonto appaiono già ormai di una tonalità cromatica che si va facendo più uniforme. Verso la fine di un giorno c’è ancora il tempo per la contemplazione, la riflessione sulla vita e sulla morte, in uno spazio concreto e metaforico dove la natura ha assunto l’estetica della mano e della mente dell’uomo: un giardino perfetto, ben curato, lontano dal rumore e dal vociare della vita. Le luci della sera brillano della pioggia che ha lavato polvere e anche sudore nelle ombre che si distendono rilassate anch’esse dalla fatica di vivere. La poetessa, immersa nelle ombre crescenti, è tutt’uno con la natura arcana, con gli uccelli selvatici e notturni come il cuculo, neri e misteriosi come il merlo, con il loro malinconico richiamo al quale la donna risponde in piena sintonia d’animo. In attesa delle stelle cadenti nel buio della notte emergono dal profondo i desideri che la leggenda vuole realizzati se espressi ai frammenti stellari in questa notte speciale dell’estate. In questo momento di raccoglimento interiore la poetessa non si illude, sa che i suoi desideri, per quanto intensi e sofferti, non verranno ascoltati da un oscuro infinito che non parla, che non risponde al cuore degli umani. Dunque la riflessione e la speranza nel dono della sognata risposta delle stelle cadenti conducono alla consapevolezza che solo il nulla più oscuro attenda l’uomo in solitudine e il grande silenzio è quello di Dio. Ma è bello godere esteticamente della natura più quieta, delle luci serali lustre di pioggia come per il più bello spettacolo, cui le foglie battono le mani al tocco della brezza più delicata, una rappresentazione fatta delle più segrete ombre della natura assieme alla poetessa, alla pittrice, ombra fra ombre, che con i suoi occhi creativi ha composto il più bel quadro d’artista e con le sue parole creative la più bella poesia.
Stupendo il momento contemplativo, artistico per eccellenza nella bellezza dell’immagine fatta dei colori che hanno assunto il sembiante serale e quasi ormai notturno e ai quali le parole poetiche danno voce prima che tutto si spenga e taccia nell’oscurità assieme alle emozioni suscitate dalle vane attese dell’uomo.
Per finire, un accenno alla lirica di Giovanni Pascoli per una sostanziale differenza con 10 agosto, San Lorenzo di Giuseppina Lesa. Il poeta canta la disperazione della vana attesa del ritorno a casa del padre ucciso dal malvagio. Anche qui il cielo è lontano, ma non tanto da essere insensibile al dolore umano, così che l’infinito immortale, il “Cielo” o regno di Dio, piange la sua pioggia di stelle sul male della vita in Terra, dove l’uomo non è dunque solo come al contrario in Giuseppina Lesa, poetessa che in tale lirica dà senso nell’Arte alla non lieta condizione esistenziale degli umani prima del loro ingresso in un infinito indifferente al dolore e alla speranza umana.
«E a me sembra che la vita, questa breve vita, non sia che questo: il grido continuo di queste emozioni che ci trascina, che proviamo talvolta a chiudere in un nome di Dio, in una fede politica, in un rito che ci rassicuri che tutto alla fine è in ordine, in un grande grandissimo amore, e il grido è bello e splendente. Talvolta è un dolore. Talvolta è un canto.»
“Sì, talvolta è un canto.”
«C’è una crepa in tutto. Ecco come la luce entra.»
Si può iniziare così, con queste due citazioni, un discorso sull’arte multiforme di Giuseppina Lesa. La prima viene dalla pagina conclusiva del ‘libretto’ L’ordine del tempo, Adelphi 2020, di Carlo Rovelli. La Lesa ne riprende la frase finale con una sottile variazione: Sì, talvolta è un canto, e la assume a suggello del suo ‘diario’, Sono un guardiano di greggi. Sedici anni di vita e di arte 2006-2022. Lei sa che l’arte, - lastra incisa, tela dipinta, poesia, musica - può trasformare il dolore in canto, attingendo luce dalle crepe della storia, come nella citazione da Anthem, Inno, di Leonard Cohen, dall’album The Future, 1992: There is a crack in everything / That’s how the light gets in. C’è una crepa in ogni cosa / È così che entra la luce.
Appare subito chiara l’ampiezza e la profondità dello sguardo della Lesa, aperta al confronto non solo con altri artisti, ma con scrittori, poeti, musicisti, maestri di spiritualità.
Insieme a loro Lesa scandaglia la sostanza profonda della condizione umana con impegno e costanza esemplari esercitati nel foro interiore della propria coscienza di donna e artista.
